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Ersilia muoveva con delicatezza la matita sulla grossa pietra calcarea. Stava ricopiando - arte mai abbastanza raffinata per l'élite degli artisti, tutti tesi all’originalità assoluta - una stampa di Maurits Escher. Non aveva uno scopo economico, questa stampa, il loro laboratorio era più un esperimento che univa il piacere di ricreare le menti attraverso lo studio di opere minori di altri, quelle che pochi di quelli nelle gallerie venivano visitati dalle folle oceaniche intente a fissare il francobollo lontano della mesta Gioconda protetta da un vetro inscalfibile, per poi annunciare tutti fieri al rientro a casa di aver visitato il Louvre, sventolando un paio di calze con la faccia di Monna Lisa.
Il loro era appunto un laboratorio ricreativo: chiunque avrebbe potuto unirsi, esperto o meno che fosse, e tramite un piccolo contributo usufruire di strumenti e materiali dismessi dalle accademie d’arte e dai licei artistici, per dilettarsi con la creazione nuda e cruda di opere ignote ai più. Il locale era uno stanzone freddo e polveroso, una specie di residuato di archeologia industriale abbandonato: gli costava pochissimo di affitto al mese, tanto che in trenta che erano iscritti all’associazione, con un piccolo contributo di cinque euro al mese lo mantenevano senza sforzo, compreso il pagamento della luce. Riscaldamento, non pervenuto. Ersilia, nel mezzo di quel gelido gennaio era imbacuccata fino ai denti, solo le mani volavano lente sulla roccia, una piccola termoventola di quelle in uso negli anni Ottanta nei bagni delle persone con case enormi, era l’unica fonte di calore. L’aria riempita del vapore dei loro fiati. Insieme a lei, la domenica, c’era solo Cornelio. Si godevano lo stanzone da soli ormai da qualche settimana, e la pace era impagabile.
– Vedi, Escher non aveva intenzione di essere indimenticabile. – commentava a mezza voce Ersilia.
– E tu come lo sai? Gli hai parlato ad una seduta spiritica? – Cornelio, un uomo di quasi sessant’anni, alto e magro, con lucidi occhi grigi dietro a occhiali pesanti, oltre a mani e gesti elegantissimi, aveva un senso dell’ironia che ricavava sempre sorrisi soddisfatti agli altri. Per questo Ersilia amava lavorare con lui: sebbene molto più giovane – lei era una semplice impiegata di un’aziendona qualunque, di poco più di trent'anni e per niente avvenente, anzi grassoccia e mal vestita – amava molto la sua compagnia. Era il suo rifugio caldo dopo le grigie e torpide giornate alla postazione del suo triste e polveroso ufficio, condito da relazioni umane che definire aride era un complimento.
– Lo so perché me lo immagino. Non faceva affreschi, soprattutto faceva questo: illustrazioni riproducibili. La matita litografica non è un pennello, o un rasoio di Fontana. Non era spettacolare, ma un lungo, chirurgico e metodico lavorio della superficie dura e morbida insieme.
Cornelio, che era sotto la superficie un uomo molto passionale, sentii un lieve tremito sottopelle. Le parole di lei erano lucide, intente e insieme molto erotiche, se lette dal giusto punto di vista.
– Mmh, potresti aver ragione.
La testa grigio ferro di lui era china, sulla sua di litografia. Stava preparando una copia dell’allegoria dell’Arte di Cesare Ripa, il particolare proprio degli oggetti tenuti in mano dalla donna in piedi, molto simile a Ersilia: abbondante, flessuosa, dolce. Ersilia si dedicava ai piccoli grifoni riflessi dallo specchio di Lo specchio magico di Escher: il primo in ordine crescente dal basso, quello che per primo si sdoppia per uscire dalla superficie riflettente. Per un buon quarto d’ora solo le matite, il suono del termoventilatore e l’odore di sapone rancido e cera. Cornelio emanava un lieve odore di caffè e dopobarba, Ersilia un leggerissimo – per niente sgradevole – odore di sudore.
– Però, insomma, l’arte non può essere solo quella roba dei musei. Siamo onesti. Altrimenti fuori da essa non lo sarebbe nulla. E gli artisti sarebbero troppo pochi, nel mondo, non credi?
– Conosci il teorema di Cantor?
Studiava la matematica, da tanti anni. Avrebbe voluto frequentare l’università e diventare ricercatore e invece gli era toccato Ingegneria, per poter portare a casa uno stipendio in tempi rapidi. La sua era una famiglia modesta, e la pressione sociale dei suoi aveva avuto la meglio. Sua moglie, ormai ex da qualche anno, lo aveva considerato un semplice impiegatuccio per tutti i loro venticinque anni di matrimonio. Solo la figlia, il suo raggio di immensità nel semibuio di una vita misurata e rigorosa, lo aveva visto per quello che davvero era: un’anima curiosa, ambiziosa e precisa. Un architetto come il Dio disegnato da William Blake, in una sua piccola opera a corredo delle sue poesie.
Per fortuna Ersilia la pensava come lei, si diceva Cornelio. Le domeniche nel laboratorio erano una boccata di aria pura, seppure polverosa, a tutto il resto.
– No, non lo conosco. Racconta.
Ecco, quella parolina lo faceva subito ringiovanire, gli si arrossavano le gote e la gioia di tornare ragazzo lo infoiava subito.
– Bene, non andrò nei dettagli matematici, proverò a spiegartela facile.
Ersilia lo guardò fisso negli occhi: era forse il momento preferito di entrambi. Dentro quello sguardo profondo, si raccontavano tutta la vita, come se la barriera cronologica e umana non esistesse. Solo due anime nude e crude che si univano, in un fulmine ratto, un’elettricità sublime e sacra. Occhi grigi e occhi castani, un unico privilegio e scopo: essere tutti e due lì, con se stessi, infreddoliti e corroborati dall’essere vivi e intenti al lavoro.
– Bene, Cantor parla di ‘una gerarchia finita di cardinalità infinite’.
– Non ho capito un cazzo, ma prosegui, prima o poi capirò.
Cornelio sorrise. Quanto amava la rudezza di questa donna convinta d’essere innocua e insulsa!
– Hai ragione, del resto tu matematica non la mastichi… Solo punte di matite!
– Dai dai, che son curiosa adesso. Ci arrivo, giuro. Sei molto bravo a spiegare le cose a me, modesta segretaria. Saresti un ottimo insegnante.
– Allora, diciamo le cose in modo più esteso: non esiste una cardinalità massima per un dato insieme, o equivalentemente, che i livelli gerarchici delle cardinalità infinite sono anch'essi infiniti. In parole meno oscure, ogni volta che qualcosa si duplica, ritorna e riverbera con l’origine passando da infiniti riflessi di sé stesso, ripartendo da capo, forse anche più sbiadita di prima. Come una litografia.
– Quindi vuoi dire che, per Cantor, non c’è un’opera prima, ma solo copie continue di se stesse?
– Circa, sì. Immagina una nota musicale. Immagina che questa riverberi su se stessa e poi faccia un saltino, molto piccolo, verso la nota successiva. E che questa cominci a sua volta a riverberare, a lungo monotona, fino al prossimo salto.
– Un po’ come un canone?
– Circa sì, però con i numeri. Oppure immaginalo come qualcosa che piano piano trascende, un giallo che sfuma delicato al verde, tanto che non riesci a percepire in quale punto abbia smesso d’essere giallo e abbia cominciato ad essere verde.
– Mmh, come una polvere?
– Sì, come il pulviscolo. Non puoi dire che è immateriale, lo è, ma per i tuoi sensi è difficile da percepire. E questo pulviscolo si accumula sempre di più, finché senti che è una montagnola di polvere grigia.
Ersilia stava lavorando ora sulle sfere gemelle, riflesse e duplicate dietro la superficie non riflettente.
– Come un tunnel di specchi?
– Come un tunnel di specchi.
– Wow, la matematica fa rizzare i peli delle braccia. Rimescola il sangue, davvero.
– Eh sì. Il rigore delle sue dimostrazioni sfiorano spesso l’infinito. Anzi, vanno oltre e in una profondità che sbalordisce.
– Vedi che allora l’arte non è solo nei musei?
L’allegoria di Cornelio era ormai tutta completa, stava dando gli ultimi tocchi alla coscia della donna voluttuosa, molto cinquecentesca. Una coscia che avrebbe volentieri palpeggiato, a mo’ di Bernini. Ersilia aveva molto di più da incidere, Escher era un precisino, ma anche questo era il suo bello. Le mancavano tutte le tessere del piano, e i grifoni dal lato sinistro.
– Ti aiuto per l’incisione?
– Sì, che faccio sempre macelli. Mi servirebbe molto la tua mano.
Questa volta la frase ambigua era la sua. Ma lei non se n’era accorta, pareva. O sì?
Cornelio stava inzuppando la pietra con una spugna umida, con grande delicatezza. Il velo d’acqua avrebbe respinto la carta spessa da litografia, invece la parte dell’inchiostro, grassa sarebbe stata trattenuta. I suoi contrografismi, la sua vita al contrario, quella che si era disegnato da lui in quegli spazi nascosti, sarebbero emersi, grazie a un laboratorio dismesso, una matita e la gioia della condivisione con lei. L’odore forte dell’acido nitrico era quasi svanito, quello più grasso e oleoso dell’inchiostro – un po’ come lui e lei, segaligno e morbida – si era sparso nel lungo ambiente, dove le luci della sera rendevano leggermente arancio penetrando dalle finestre le loro facce e mani.
Ersilia si alzò le maniche, prese uno dei fogli con molta delicatezza e lo posò sulla pietra. Cornelio aveva già impregnato la pietra calcarea di inchiostro denso e nero. Le vene delle sue mani erano evidenti, come le nervature di una foglia secca.
Il rullo, dopo aver sollevato fino al gomito il maglione frusto e pesante, lo spingeva con cura e potenza. Lei lo guardava, cercando di trasmettergli col pensiero la sua determinazione, perché la stampa venisse al meglio.
Trattennero il fiato, entrambi. Il lembo in alto della carta sollevato lentamente, come togliendo la camicia a un corpo fremente, l’odore grasso ancora più intenso, come il fiato caldo di un corpo pulsante. Entrambi ansimavano leggermente.
La appese ai fili in alto: era lei, l’allegoria dell’Arte, con leggere sbavature e imprecisioni date dall’inesperienza e dalla personalità di Cornelio. Non voleva essere ingegnere anche la domenica.
– Sai che ti somiglia?
– Sì? Dici?
Gli occhi si incontrarono ancora. Erano lì da ormai quattro ore e ad entrambi erano parsi pochi minuti. Per fortuna nessuno li attendeva a casa, solo la polvere dei giorni, ed era meglio quella del laboratorio, infinita come Cantor, Escher e la bellezza.
Ogni volta che qualcosa si duplica, ritorna e riverbera con loro passando da infiniti riflessi di sé stesso, ripartendo da capo, forse anche più sbiadita di prima…